Il Monte dei Paschi di Siena è una banca risanata, ma resta prigioniera dell’incertezza. È quanto si ricava dall’analisi condotta dall’Ufficio studi di First Cisl, a firma del suo segretario generale Riccardo Colombani, sul piano industriale 2021–2025, di MPS, che evidenzia le criticità dell’istituto bancario senese, ma anche le opportunità da cogliere.

Ecco l’analisi completa: “Gli investimenti privati conseguenti all’attuazione del Pnrr offrono la possibilità di recuperare le quote di mercato nei crediti verso la clientela (calate dal 6,6% del 2016 al 4,88% del 2020), soprattutto verso le piccole imprese. Pertanto va nella direzione giusta il progetto della fabbrica interna dei credito al consumo. La ridotta incidenza degli Npl, in particolare le sofferenze, la migliorata copertura degli stessi e il mantenimento dei flussi di nuovi deteriorati su livelli contenuti possono ridurre fortemente l’incidenza delle svalutazioni sui crediti, riportando in positivo il conto economico, come accaduto nei conti del primo trimestre 2021. Dal 2016 al 2020, si è avuta una riduzione dell’occupazione (-16%) doppia rispetto ai dati di sistema e il costo medio per dipendente (pari a 69.000 euro) è largamente inferiore a quello dei più diretti competitor (76.000 euro per Banco Bpm, 78.000 euro Ubi e 75.000 euro Bper). Il taglio dei costi operativi ha quindi impedito il raggiungimento degli obiettivi sui ricavi, crollati del 32%. Secondo il piano si sarebbero invece dovuti mantenere sullo stesso livello del 2016 (4,27 mld al 2021). Questo a riprova che il taglio indiscriminato dei costi attiva un circuito vizioso di riduzione dei ricavi. Non possiamo non rilevare poi, come la formula del “meno credito, più commissioni” si stia rivelando la strada sbagliata. Nel piano i crediti a clienti sono previsti in continua riduzione. L’indicatore finanziamenti netti per dipendente (pari a 3,9 mln di euro) presenta un gap rilevante rispetto ai competitor (il dato medio relativo a Banco Bpm, Ubi e Bper è pari a 4,4 mln di euro – dati bilanci 2020). Va tenuto conto che il margine di interesse del retail banking tra il 2016 e il 2020 ha subito una riduzione di oltre il 60%. Il piano punta invece su un aumento insostenibile delle commissioni derivanti da overperformance nel risparmio gestito. Il tutto in un contesto di ulteriori chiusure di filiali e riduzioni di personale. L’ipotesi sarebbe di arrivare ad un rapporto commissioni/margine di interesse del 128% nel 2023 partendo dal 111% del 2020. Le previsioni di Prometeia relative al sistema bancario segnalano una condizione di maggiore sostenibilità: il rapporto commissioni /margine di interesse passerebbe dall’81% del 2020 all’86% del 2023. In conclusione Mps sta pagando un prezzo troppo alto per i ritardi della Dg Comp: non è possibile attendere la fine dell’anno per procedere al rafforzamento patrimoniale, perchè alla banca serve capitale per erogare credito alle imprese, unica strada per la crescita sostenibile dei ricavi. È di fondamentale importanza anche risolvere il problema dei rischi legali al fine di liberare patrimonio per accrescere i prestiti e di conseguenza il margine di interesse. Su questo punto serve una soluzione politica. La mole del contenzioso rende di fatto poco percorribile la privatizzazione. Il disegno dello spezzatino finirebbe per smembrare e porre fine alla storia della banca più antica del mondo. La strada obbligata, quindi è quella del rilancio, anche per valorizzare le risorse pubbliche investite finora. Diversamente prevarrebbe la logica del salvataggio con una spirale perversa di riduzione ulteriore dell’occupazione, minore sostegno all’economia e forte svalutazione dell’investimento pubblico”. 

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