Lungi da noi l’idea di negare l’importanza dei restauri delle opere d’arte che pullulano nel centro storico di Firenze, ma riteniamo superfluo ostentarli, come nel caso di quello in corso alla statua equestre di Cosimo I, in Piazza della Signoria. La gente comune, infatti, sia fiorentini, che turisti, non ha mediamente, le conoscenze tecniche per apprezzare il restauro artistico e forse, diciamocelo chiaro, non è neanche interessata a sapere come si svolge, purchè restituisca l’opera alla fruibilità del pubblico. Inoltre, i restauratori, a nostro avviso, hanno perso il senso della sacralità delle opere d’arte, che si esprime attraverso codici simbolici ben precisi. Una statua equestre come quella di Cosimo I, ad esempio vuole rappresentare la forza e la maestà del Granduca di Toscana ed il mostrarlo tristemente disarcionato, simile ad un uomo qualunque che sta espletando le sue funzioni fisiologiche, va esattamente all’opposto di quel significato. Ripetiamo, se il Granduca, andava proprio disarcionato ai fini del restauro, lo si poteva fare al coperto, senza mostrarlo a tutti, in quel modo ridicolo.

Un restauro, infatti, non è meno importante, se fatto al coperto, anzi, forse lo è di più attirando maggiormente l’interesse dell’osservatore secondo il noto principio del “vedo non vedo” che rende, ad esempio, più attrattiva una persona vestita in un certo modo, rispetto ad una che ostenta la propria nudità. Forse sarebbe l’ora di smetterla con il protagonismo di certe professioni, perchè dopo le virostar, che ci hanno accompagnato ossessivamente e spesso a sproposito per due anni, non vorremmo doverci confrontare con le restaurostar. Insomma pensiamo tutti a lavorare professionalmente e seriamente, ciascuno nel proprio ambito e meno all’apparire, se vogliamo davvero ritirare su questo Paese, disastrato anche grazie, a volte proprio all’incompetenza di chi appare, pur non sapendo fare il proprio lavoro, politici in primis. Ci auguriamo solo che il disarcionamento di Cosimo I, non sia legato in qualche modo, alla cosiddetta cultura della cancellazione, nata negli Stati Uniti e che ahinoi sembra mettere radici anche in Italia, secondo la quale, si possono, per non dire si devono cancellare le tracce della cultura e della storia occidentale, rappresentate anche dalle opere d’arte, in particolar modo dalle statue equestri o celebrative di personaggi, che vengono stupidamente giudicati per quello che hanno fatto secoli fa, con gli occhi di oggi, cosa sinceramente assurda. Noi, comunque e a giudicare dai commenti giuntici in redazione anche molti fiorentini, il Granduca, lo preferiamo a cavallo e non al “Cairo” come si definisce in vernacolo, una determinata posizione.

Luca Monti

Ph. Stefano Giannattasio

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