“Wargasms-Orgasmi di guerra” della sociologa Francesca Capelli, è una documentata ricostruzione della deriva linguistica, comunicativa, giuridica e politica provocata dalla prima “pandemia” della storia umana, durata più di due anni e che è riuscita ad espletare i suoi effetti performanti sul corpo sociale italiano, non tanto in seguito a un evento medico, quanto in seguito alla conferenza stampa, nella quale l’allora premier Conte, chiese “un piccolo sacrificio di quindici giorni” agli abitanti di quattordici Comuni del lodigiano. Era il febbraio 2020, oggi siamo a giugno 2022.
Come ricostruisce il giornalista Franco FracassI, nel suo “Protocollo Contagio” edito nel 2021, non è stata la prima volta che l’Oms, ha dichiarato una pandemia in corso. Ma di certo è stata la prima volta, che una pandemia ha stravolto, in modo forse irreversibile, l’ordinamento politico delle democrazie liberali e procedurali del cosiddetto Occidente, l’area del mondo assieme alla Cina, dove sono state prese le “misure di contenimento” più radicali. “Non celo dicono” affermano sui social, ostentando un’aria di superiorità i blastatori seriali, coloro che sono convinti che la scienza non sia democratica e che solo gli esperti abbiano titolo a parlare, per irridere chi si pone dei dubbi sulla narrazione dominante. Il filosofo argentino Daniel Feierstein, citato in apertura del libro, invece lo dice, anzi lo teorizza chiaramente. La popolazione deve essere terrorizzata, i famosi “dati” considerati sacri dai neopositivisti di oggi devono essere manipolati al rialzo, perchè “bisogna trasmettere l’idea di una gravità maggiore dell’attuale, affinchè non collassi il sistema” in modo che i cittadini in preda alla paura della morte accettino le “misure di contenimento” più assurde: dal divieto di allontanarsi a 101 metri da casa a quello di baciarsi in pubblico, dal divieto di sdraiarsi in spiaggia dopo il bagno al coprifuoco alle 22, dal “distanziamento di un metro” da non conviventi, peraltro formalmente ancora un obbligo in Italia, all’esibizione di un certificato sanitario dalla valenza politica come il green pass, prima per svolgere attività ludiche e ricreative, poi per lavorare, spostarsi, svolgere attività quotidiane come andare in banca, o in un negozio non di generi alimentari. Secondo l’autrice, Feierstein, prende a modello la comunicazione pandemica italiana che risulta essere un abilissimo mix di terrorismo mediatico, dalla sfilata della bare di Bergamo all’ostensione quotidiana dei “numeri” di contagiati, morti, ricoverati e guariti, usate come promessa di un paradiso futuro continuamente spostato in avanti, attraverso le formule retoriche con le quali il governo italiano, ha tenuto sotto scacco la popolazione per quasi due anni, quali solo per citarne alcune: “distanti oggi per abbracciarci più forte domani” “chiudiamo oggi per salvare il Natale” “coraggio ancora 15 giorni” “siamo all’ultimo miglio” ma anche come minaccia velata di una punizione dall’alto, in caso di mancato rispetto delle regole igieniche, una su tutte: “pagheremo in autunno gli errori dell’estate”. E’ quindi una vera e propria discesa agli inferi comunicativi, quella di Francesca Capelli che parte appunto dal 2020. Quando virologi, epidemiologi, quadri della burocrazia sanitaria fino ad allora sconosciuti come Massimo Galli, Walter Ricciardi, Silvio Brusaferro, diventano improvvisamente delle star televisive e degli influencer, grazie ad una comunicazione che ha mixato da subito la manipolazione della paura della morte, con un surrealismo situazionista, ai limiti del grottesco. Ecco così che mentre Ricciardi, consulente del ministro Speranza e Ranieri Guerra, rappresentante italiano dell’Oms, invitano a disinfettare la spesa del supermercato, il virologo milanese Fabrizio Pregliasco, considerato vicino al mondo “progressista” consiglia la massima cautela nei rapporti sessuali usando sempre la mascherina, non superando i quindici minuti ed astenendosi ovviamente da ogni contatto con non conviventi. Il suo collega aquilano Quattrini, va, addirittura oltre, consigliando l’autoerotismo per resistere alla tentazione di cercare il contatto fisico con altre persone. Insomma si sono usati toni da padri confessori del Seicento per un tentativo di disciplinamento della sfera intima delle persone, mai conosciuto nella storia, che non era riuscito neanche alla Chiesa Cattolica e passato quasi inosservato alla maggioranza degli italiani, intenti a cantare dai balconi e a modificare i loro profili social con la scritta “io resto a casa”. Queste dichiarazioni, con tutta probabilità mai prese davvero sul serio, nemmeno dai loro stessi autori, non possono essere tuttavia liquidate con una risata. Sono state infatti funzionali a creare un climax sociofobico e sessuofobico, nel quale il contatto fisico e sociale era rappresentato come il male assoluto, ideale per implementare quella “transizione digitale” alla quale i governi dell’Occidente e della Cina, lavorano da molti anni, fondata appunto sulla trasformazione dell’attore sociale in soggetto digitale e delle esperienze sociali in esperienze virtuali. Una deriva che era stata prevista solo da Michel Foucault, che nel suo saggio “Omnes et singulatim” individua nello scienziato la figura che proseguirà il disciplinamento della società occidentale affidato nel passato in massima parte al pastorato cattolico. Ma Foucault, per ragioni legate al tempo in cui scriveva non poteva scorgere in questa tendenza il fondamento della transizione alla società dell’identità digitale e del distanziamento sociale portata avanti in questi due ultimi anni. Un altro fenomeno dimenticato ma rievocato da Francesca Capelli, è quello degli “animali alla riconquista della città”. Nel corso di tutto il lockdown del 2020, la televisione e i social italiani sono percorsi da immagini ai confini del vero e del falso, emblema dell’era della post-verità: dalle oche che tornano al Campidoglio, ai leoni marini stesi al sole in Argentina, dal gatto, in giro per le vie di Pristina, in Kosovo, al daino che si avvicina alle abitazioni urbane. Un’iconografia mielosa e disneyana, condita da una narrazione apprezzatissima da un certo ambientalismo antropofobico, che lodava la bellezza delle città svuotate dagli umani, senza auto, senza mezzi pubblici, senza passanti, senza aperitivi, senza inquinamento, senza turisti, senza niente.
Un incubo tra l’utopico e il distopico, che ha un interessante precedente cinematografico nel misconosciuto documentario “The Inmates” del regista francese Alain Resnais, noto per “Hiroshima Mon Amour” e “L’anno scorso a Marienbad”, nel quale immagina come sarebbe il mondo dopo l’estinzione dell’umanità. La riscossa della natura: perché le pandemie sono sempre una punizione, per “il nostro stile di vita” come afferma questa retorica pseudo-ecologista. Uno degli aspetti più sconcertanti, ben messo in luce dall’autrice, è stato l’appiattimento di esponenti politici e intellettuali della sinistra “libertaria”, paladini dei diritti civili, sull’appoggio entusiasta, allo stato di emergenza e a “misure di contenimento” degne dei peggiori totalitarismi e fondamentalismi. In questo contesto millenaristico e pseudo-religioso, la comunicazione pandemica si caratterizza dai suoi esordi per la ricerca incessante del capro espiatorio: dal runner al bagnante, dal cinofilo al bambino, dall’anziano alla coppietta che viola il distanziamento sociale, dal negazionista al no mask, fino ad arrivare alla figura idealtipica del “no vax” che identifica più che una persona effettivamente contraria al vaccino, una sorta di mostro sociale da sbattere in prima pagina che riassume tutte questi idealtipi mediatici, caratterizzati dallo stigma dell’ “egoista irresponsabile”. La comunicazione pandemica, infatti è caratterizzata da una retorica sacrificale di chiara filiazione post-religiosa. Per la prima volta nella storia, una società organizza la sua narrazione dominante sul sacrificio dei giovani e dei bambini per salvare gli “anziani” ed ecco che il puer diventa, assieme al burocrate e al crociato morale, una delle figure simbolo della società pandemica. Il puer, o il giovane, il bambino “resiliente” che resta a casa, impara in Dad, si sottopone al vaccino pur sapendo che il rischio per lui sia bassissimo, con il nobile intento di “salvare la nonna” come si autodefinisce, in una lettera nella quale ringrazia i giovani per il loro spirito di sacrificio, la senatrice Liliana Segre, è il simbolo stesso di una narrazione perfetta per bucare la sensibilità di una società familista e gerontocratica come quella italiana, mentre una politica che sino al giorno prima invocava uno spietato darwinismo sociale, scopre la categoria dei fragili e degli immunodepressi. Una società della vittima, come aveva capito, pur occupandosi di altri temi, quali quelli della sicurezza e del contrasto alla criminalità, il sociologo Jonathan Simon, già nel 2008. La vittima è per definizione soggetto passivo pronta a scendere al patto hobbesiano con il Leviatano sanitario, pur di avere assicurata la sopravvivenza. L’arrivo del vaccino, nel dicembre 2020 non si discosta da questa iconografia salvifica. I camion, la catena del freddo, la prima persona vaccinata, l’infermiera Claudia Alivernini, costretta a far smentire dai suoi stessi avvocati di essere stata oggetto degli insulti e delle aggressioni verbali dei “no vax”, l’uso del cerotto, assolutamente inutile per una puntura intramuscolare, ma utile a “dare un segnale” a “lanciare un messaggio”. poi i selfies, la corsa alle dosi, le interminabili code negli Hub, i vaccini in spiaggia e in discoteca. Un’iconografia mai vista prima e effettivamente sconcertante, nella quale, una banale iniezione viene trasformata in un rito sociale di iniziazione, nel nuovo servizio militare 2.0, come dimostra appunto l’amplissimo uso di metafore belliche, dalla Guerra al Covid, agli eroi nelle trincee degli ospedali, dal Generale a capo della “campagna” vaccinale, ai medici in prima linea, con un’espressione che evoca nello stesso tempo la guerra ma anche un nota fiction americana, chiudendo in un certo senso il cerchio, culminata nella sfilata di medici e infermieri nella sfilata militare del 2 Giugno. Un atto medico viene dunque “erotizzato”, la fiala diventa un oggetto del desiderio e il momento dell’iniezione, rappresenta un momento orgasmico: qualcosa di mai visto nella storia umana, che oggi ricostruiamo come scienziati sociali rincorrendo l’attualità e le continue derive della stessa, e che un domani sarà forse giudicato con maggiore lucidità dagli storici. Wargasms, dunque, vale a dire la sessualità, compressa e nascosta nell’era del “distanziamento sociale” che viene sublimata in questi “orgasmi di guerra” tra l’erotizzazione di atti medici e il piacere di esercitare violenza linguistica verso il nemico. Uno slittamento progressivo della ragione, nel quale dietro la retorica scientista e positivista si nasconde in realtà una prevalenza del simbolico di stampo appunto post-religioso: dall’esaltazione della rinuncia, del sacrificio, il martirio laico del #restoacasa al ricorso a una sorta di pensiero magico nel quale presidi neutri come la mascherina e il cerotto post-vaccino, diventano una sorta di amuleto usato per scacciare il male. Un uso talmente sapiente della comunicazione, che questa esaltazione della rinuncia e del sacrificio, è stata poi ampiamente ripresa da parte dell’universo cosiddetto “no green pass”. Una parte delle persone, infatti, a partire da agosto 2021, ha iniziato, invece che rivendicare i propri diritti, ad esaltare la propria capacità di vivere rinunciando a tutto ed evitando la “contaminazione” con il resto della società. E qua abbiamo la chiusura del cerchio con una macchina propagandistica, che è riuscita a influenzare con la sua narrazione anche una porzione significativa della controparte, disegnando la seconda parte del 2021, come una sorta di gara simbolica fra vaccinati e non vaccinati su chi fosse più contagioso. “Non torneremo alla normalità perché la normalità era il problema” era uno degli slogan di inizio 2020, che avrebbero dovuto insospettire che quanto accaduto in quel momento, sarebbe stato il preludio di un’operazione di trasformazione politica e sociale calata dall’alto. Nella parte finale del libro si paragona il tempo che stiamo vivendo a quanto descritto in un noto romanzo distopico, “Il racconto dell’Ancella” di Margaret Atwood, che descrive una dittatura insieme religiosa e tecnocratica nella quale le libertà individuali e l’autodeterminazione sul proprio corpo, sono sacrificate in nome di un presunto “bene collettivo”. E’ un paragone calzante, perché ricorda in moltissimi aspetti l’impasto di autoritarismo, scientismo e moralismo para-religioso che caratterizza quella che è stata definita “l’era delle pandemie” e dalla quale si può uscire solo con la lucida determinazione di riprendere a vivere.

Adesso una breve scheda biografica dell’autrice: Francesca Capelli è nata a Bologna e vive a Buenos Aires. Laureata in Scienze Politiche, è giornalista professionista dal 1994 e ha collaborato con varie testate italiane. Attualmente è docente e ricercatrice all’Università del Salvador, sempre a Buenos Aires. I suoi interessi di ricerca si concentrano sull’analisi del discorso e la sociolinguistica.

Andrea Macciò

                Andrea Macciò

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