La gestione dell’informazione in quest’ultimo anno dovrebbe far riflettere. Molti mezzi di comunicazione, infatti, hanno espresso un unico pensiero sui temi della sanità, dell’economia e del sociale. Ritengo sia mancata quell’informazione eterogenea, che garantisce il confronto ed il dibattito democratico, tra i vari medici, scienziati e politici. Tanti specialisti che sono stati intervistati, infatti, hanno esposto solo tesi a favore di una certa terapia, rispetto ad altre. Ma la scienza non può diventare un dogma cancellando il beneficio del dubbio e non ci dobbiamo poi meravigliare di come un farmaco sperimentale, che tutti potete immaginare qual è, sia divenuto un vero e proprio totem, con solo effetti positivi e zero rischi. Ed infatti, molte persone con le quali parlo, mi riferiscono di assumere questa terapia, non tanto per avere meno problemi di salute, bensì per essere liberi di spostarsi, di andare in vacanza, allo stadio, alle cerimonie, senza neppure curarsi di cosa si stiano iniettando e sulle possibili conseguenze negative future di questa cosa sui loro organismi. Questo concetto di libertà mi atterrisce, perchè almeno nel nostro Paese, che suole definirsi democratico, la libertà dovrebbe essere garantita dalla Costituzione e non da un farmaco. Poco si parla delle terapie con il plasma iperimmune, delle cure monoclonali e di quelle domiciliari. Ed ancor meno si parla dei problemi educativi e psicologici, sorti in quest’ultimo periodo nei ragazzi. Sempre più giovani, infatti, a causa della solitudine e della paura trasmessa dai mass media, manifestano gravi disagi psicologici, provocati dalle modificazioni emotive e comportamentali. Sono in aumento, ad esempio, i casi di depressione, anoressia, ritiro sociale ed autolesionismo, col quale ultimo, i ragazzi, tentano di “lenire”, la sofferenza psicologica, facendo sì che il dolore fisico, sia maggiore di questa e la “anestetizzi”. Eppure, malgrado queste considerazioni, molti giornali, programmi tv e canali web, continuano ad inviare messaggi angoscianti privi di speranza per il presente e di progettualità per il futuro.

Ecco quindi che sorge spontanea la domanda che rappresenta il titolo di questo articolo: viviamo forse in un medioevo digitale?

Alessia Vece

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