Ci siamo occupati spesso del mercato delle aste d’arte, riscontrando come, nel nostro Paese, i risultati delle stesse, pur a volte interessanti restino comunque deludenti, rispetto a quanto accade in mercati più evoluti. Certo l’Italia sconta una grave crisi economica e sociale, che non incentiva l’acquisto di beni erroneamente considerati voluttuari unita ad una cultura artistica media, tendenzialmente scarsa e di tipo ultra tradizionalista, che non riesce ad aprirsi al contemporaneo, ma vi è di più, almeno secondo Marco Riccomini, esperto di aste, di livello internazionale, che ha scritto un saggio molto interessante sull’argomento.

Il libro, intitolato : “Un breve incanto. Dizionario semiserio del mercato dell’arte”, uscito per i tipi della “Nave di Teseo”, rivela un dettaglio importante, che spiega molto bene le dinamiche del mercato delle aste in Italia ed il perchè i risultati delle vendite, non sono allineati a quelli a livello internazionale. Il freno del mercato italiano dell’arte, secondo Riccomini, e crediamo non a torto, sarebbe rappresentato dalle fondazioni che rappresentano i principali artisti moderni, fenomeno unico a livello globale. Di fatto, vendere un’opera d’arte in Italia, senza l’autentica di una fondazione, è praticamente impossibile. E l’iter per ottenere tale autentica, è particolarmente arduo e costoso. Possiamo portare ad esempio un nostro lettore, che ha ereditato un dipinto di un noto pittore italiano del secolo scorso comprato dal padre negli Stati Uniti, in una galleria d’arte e recante l’autentica del compagno dell’artista, omosessuale, che ne attesta la veridicità. Malgrado questo, l’expertise della stessa galleria d’arte venditrice, sottolinea che per poter ottenere il valore massimo di quel pittore, occorre rivolgersi alla fondazione di riferimento. Il problema è che per ottenere un’autentica, e non è detto che venga rilasciata, in quanto l’opera potrebbe essere dichiarata falsa e quindi venire distrutta, occorre pagare cifre considerevoli, non meno di duemila Euro, ma si può arrivare anche a molto di più, secondo il valore dell’artista in questione. Ecco quindi che nessuno rischia di spendere tanti soldi, per magari trovarsi con l’opera distrutta, preferendo tenerla esposta nel salotto di casa, ma praticamente invendibile, pur avendo un valore potenziale di decine di migliaia di Euro. Nel caso specifico poi, troviamo sinceramente assurdo che il presidente di una fondazione privata, che non ha neanche conosciuto il pittore, possa disconoscere il valore dell’autentica rilasciata dal compagno di vita dello stesso artista, che ci sembra, ragionevolmente più attendibile. Ma non solo le fondazioni hanno il potere di scavalcare anche le autentiche dei periti d’arte, nominati dai Tribunali, i cosiddetti CTU che dovrebbero in teoria poter attribuire autonomamente ed indiscutibilmente un’opera, mentre le loro valutazioni non vengono neanche considerate ai fini della vendita all’asta. Insomma, la burocrazia imposta dalle fondazioni d’artista, sta tenendo bloccato il mercato delle aste d’arte italiane e sarebbe giunto il momento da parte delle Istituzioni pubbliche competenti, di ridimensionarne il ruolo. Non vogliamo dire che le fondazioni debbano sparire, ma che debbano occuparsi della parte archivistica dell’artista lasciando l’esclusiva sulle autentiche, non aprendole a tutti ovviamente perchè ciò significherebbe far prosperare il mercato del falso, ma permettendo che anche i consulenti dei Tribunali, possano autenticare le opere e riconoscendo il valore di autentica, delle persone che hanno vissuto insieme ad un artista come i familiari, o che lo abbiano conosciuto con evidenza pubblica e notoria, condividendone in qualche modo l’intimità cosa che garantisce la conoscenza dello stile specifico.

Luca Monti

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