Nella mattinata di ieri, 9 giugno, è scattata l’operazione denominata “Tex Mahjong”, in ragione proprio dell’analogia con il famoso gioco d’azzardo di origine cinese, mostrata dai consociati criminali, che come nelle regole di questo gioco, prevedevano ogni volta l’aggiustamento delle tessere del proprio traffico illecito, in varie combinazioni e riorganizzazioni, al fine di provare a scongiurare l’attività via via intrapresa dalla Polizia Giudiziaria, per contrastare la gestione degli scarti tessili, raccolti illecitamente dalle aziende di Prato.

Ed è davvero un mosaico complesso quello che emerge dalla lettura del provvedimento a firma del GIP del Tribunale di Firenze Dott. Piergiorgio Ponticelli, la prima tessera del quale, risulta composta dagli accertamenti svolti nel 2018, dalla Polizia Municipale di Prato, a seguito del rinvenimento di etichette di abbigliamento, provenienti da ditte del proprio territorio, all’interno di cumuli di rifiuti abbandonati però, a Cascina, in Provincia di Pisa. Grazie al lavoro degli investigatori del Nucleo Investigativo Ambientale, della Polizia Locale di Prato, è stata così individuata una prima triade criminale, composta da due italiani ed una donna cinese, che si occupavano della raccolta dei rifiuti presso i vari pronto moda e confezioni di abbigliamento dell’hinterland pratese mediante un apposito servizio di ritiro “porta a porta”. In questo sistema, se eventualmente inconsapevole, poteva essere l’affidamento dei propri scarti di lavorazione, a soggetti privi di autorizzazioni, dato che i mezzi utilizzati per il trasporto, erano spesso privi di Iscrizione all’albo Nazionale Gestori Ambientali e venivano utilizzati timbri di ditte fittizie, di sicuro non lo era l’evasione fiscale derivante dal metodo di pagamento previamente concordato. “Tutto fattura? Mezzo e mezzo?” Chiedono, infatti ordinariamente i soggetti indagati, nelle varie intercettazioni agli interlocutori delle ditte cinesi produttrici dei rifiuti. Una vera e propria contabilità parallela, è stata confermata dai vari quadernoni di appunti manoscritti, anche in lingua cinese rinvenuti durante le perquisizioni eseguite a carico degli indagati, che affiancavano in tutto e per tutto la documentazione “ufficiale”. L’attività d’indagine successiva fatta di intercettazioni, appostamenti pedinamenti e tracciatura dei mezzi mediante apparati satellitari, ha portato all’individuazione di due filoni di smaltimento parallelo, uno sito nelle Marche e l’altro in regioni del Nord Italia. Il comune denominatore del traffico illecito, era l’individuazione di capannoni industriali dismessi, siti in luoghi appartati per i quali veniva corrisposto il canone di locazione solo per i primi mesi e dove gli scarti tessili, fatti viaggiare con documentazione che attestava “magicamente” la perdita del loro status di rifiuti, senza che in realtà gli stessi fossero stati sottoposti ad alcuna delle attività previste dalla normativa, quali la selezione e l’igienizzazione, venivano abbandonati. L’inchiesta della DDA di Firenze ha permesso di ricostruire l’intera filiera dello smaltimento illegale, dalle varie manifatture cinesi fino ai capannoni dismessi fino anche all’estero, per un totale di oltre 10mila tonnellate di rifiuti speciali raccolti mediante come detto, un capillare e radicato sistema di ritiro “a nero” presso le aziende manifatturiere, per coprire l’esigenza dell’esuberante produzione della moda cinese “made in Italy” per cui i famosi “sacchi neri” contenenti gli scarti di lavorazione devono essere velocemente allontanati, ritirati al prezzo migliore ed indirizzati a chi per primo fornisce uno sbocco per lo smaltimento degli stessi. Ma cosa contengono, in pratica, questi famigerati sacchi neri? Le diecimila tonnellate di rifiuti speciali in questione erano costituite da scarti e ritagli di tessuto frammisti a ritagli di carta, frammenti di plastica nonché, a vari rifiuti di origine domestica, tipici della produzione e confezione di capi di abbigliamento, così come risulta dalle analisi e dalla classificazione degli stessi, effettuate dal personale del Dipartimento ARPAT, di Prato che ha svolto in collaborazione con gli investigatori, i necessari accertamenti tecnici. Insomma, gli immobili sequestrati nel corso dell’inchiesta, con rifiuti che raggiungevano quasi il colmo degli edifici erano delle vere e proprie bombe ad orologeria, in virtù dell’elevato potere calorifero, scaturito da tali materiali in caso di combustione, oltretutto privi di ogni requisito di sicurezza ai fini antincendio per i lavoratori all’interno, così come appositamente accertato dai vari Comandi dei Vigili del Fuoco, intervenuti a seguito degli specifici accertamenti disposti dalla Procura di Firenze. L’attività di indagine ha consentito quindi di mettere fine ad una vera e propria attività organizzata che nella ultima propria riorganizzazione a seguito dei vari sequestri intervenuti nel nord Italia e nelle Marche aveva avviato, al fine di eludere i controlli in territorio italiano l’esportazione degli scarti tessili verso la Spagna, ottenendo elevati profitti per tutti i componenti dell’associazione criminosa stimati, nell’arco temporale di circa un anno e mezzo in 800mila Euro. Trentaquattro gli indagati tra italiani e cinesi, ai quali vengono contestati reati a vario titolo, tra cui associazione a delinquere finalizzata al traffico illecito di rifiuti su tutto il territorio nazionale e traffico transfrontaliero di rifiuti verso paesi dell’Unione Europea. Per otto soggetti, sono state applicate misure cautelari di carcerazione.

Luca Monti

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