Con il saggio “La poetica del Paradiso di Dante” Massimo Verdicchio, docente di Italiano e Letterature Comparate, all’Università di Alberta in Canada, presenta un’originale lettura del terzo libro della Divina Commedia.

Il Paradiso, è senza dubbio la parte del poema meno radicata nell’immaginario culturale italiano: non a caso nel saggio “Paolo e Francesca: Quelli io me li ricordo bene” di Davide Guerra, si ricostruisce, come i personaggi danteschi rivisitati dalla canzone italiana pop, siano prevalentemente le anime dannate o purganti: Paolo e Francesca, Filippo Argenti e Pia de’ Tolomei. Dal punto di vista letterale, le anime che il Poeta, guidato da Beatrice, incontra nel Paradiso essendo beate non sono sottoposte, come le altre, alla legge del contrappasso ed è questo l’espediente narrativo grazie al quale Dante, esprime nei primi due libri della Commedia i suoi sferzanti giudizi sulla realtà sociale e politica del tempo in cui vive: dal paradosso di un Papa vivente già dannato all’Inferno come Bonifacio VIII alle invettive contro i fiorentini e i genovesi. Secondo Verdicchio, che riprende le tesi espresse nel suo “Leggere Dante Leggere”, anche il Paradiso va letto in senso totalmente allegorico, come una critica velata ma sempre impietosa, alle istituzioni politiche dominanti in quel tempo: la Monarchia e la Chiesa. Le stesse anime beate, dietro l’apparente perfezione della struttura dei Cieli dei quali è composto il Paradiso dantesco, e della Luce nella quale sono immerse, non sono esenti da piccoli “peccati” risalenti alla loro vita terrena. Secondo l’interessante lettura di Verdicchio dunque, Dante stesso infligge la sua “punizione” alle anime che incontra nel suo viaggio anche fra i beati costringendoli a svelare i loro piccoli segreti terreni. La chiave di lettura, è nella profezia del “DXV” espressa da Beatrice nel Purgatorio “ch’io veggio certamente, e però il narro, a dame il tempo già stelle propinque, secure d’ogni intoppo e d’ogni sbarro, nel quale un Cinquecento dieci e cinque, messo di Dio, anciderà la furia con quel gigante che con lei delinque” (Purg, XXXIII, 40-45). Il Cinquecento dieci e cinque, secondo Verdicchio, non sarebbe come ritengono la maggior parte dei dantisti Arrigo VII, ma Dante stesso, messaggero divino incaricato di ristabilire la giustizia nella Chiesa e il giusto ordine tra Chiesa ed Impero. Nel vero e proprio viaggio di Verdicchio, dentro il terzo libro della Commedia, diviso in dieci capitoli come i dieci Cieli, il Cinquecento dieci e cinque, Dante non lesinerà quindi le sue impietose e sferzanti critiche alle anime beate compreso lo stesso San Pietro, che secondo Dante, è stato in qualche modo come primo Pontefice responsabile della degenerazione morale della Chiesa. Non manca neppure nel Paradiso, nel corso dell’incontro con l’antenato Cacciaguida, la critica alla città di Firenze, ritenuta responsabile con il suo spirito mercantile di aver corrotto i costumi dei paesi e dei borghi vicini annessi alla città (Cielo di Marte, Musica). Firenze, per Dante, è stata da sempre teatro di guerre civili, ben prima di quella a lui contemporanea tra Guelfi e Ghibellini “l’altra traendo la sua chioma, favoleggiava con le sue famiglie di Troiani, di Fiesole e di Roma” (Par. XV, 124-126) al di là del mito fondativo raccontato dalle nobili famiglie fiorentine che vuole appunto la città come fondata dall’incontro dei popoli di Troia, Fiesole e Roma. Tramite le parole di Pietro stesso Dante, rinnova inoltre anche nel Paradiso l’invettiva contro Bonifacio VIII (Cielo Stellato, Fisica e Metafisica). Il dialogo tra Pietro e Dante, è pervaso da tratti ironici particolarmente evidenti, come quando Pietro “interroga” Dante, a proposito della sua fede. I riferimenti “terreni” alla politica e alla città di Firenze caratterizzano quindi anche il Paradiso, con un’ironia salace talora ai limiti del comico, come quando le anime beate dei Guelfi Bianchi fiorentini, tentano di boicottare il disegno Angelico che impone di formare la M di Monarchia disponendosi a Giglio. Il saggio di Verdicchio, è dunque un’utile guida critica per riprendere in mano il terzo libro della Commedia leggendolo tramite la sottile critica alle anime beate paragonata da Dante al “solco” lasciato dalla barca sull’acqua, attraverso la quale il poeta, porta a termine il suo compito di “Cinquecento dieci e cinque” denunciando l’avidità e la corruzione, insite nella natura umana, responsabili a loro volta della cattiva politica e della corruzione delle istituzioni del tempo. E se nel Paradiso, come afferma Folchetto, “qui non si pente ma si ride” (Par. IX, 103) non per questo la critica sferzante del Poeta alla realtà umana e politica del suo tempo è meno radicale. Essa è, infatti, solo dissimulata dall’ironia che pervade l’intero terzo libro della Commedia.

                                                           Andrea Macciò

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