Pubblichiamo, oggi l’ultimo brano della trilogia che la Professoressa Antonella Barbagallo, esperta in Storia e Restauro dei Beni Artistici ed Architettonici, ha dedicato all’alchimia del colore ed al raggiungimento della perfezione e della luce divina nell’arte, attraverso l’uso della foglia d’oro.

Ecco il testo dell’articolo:

“Il valore spirituale dell’Oro nell’opera d’arte medievale”.

“Nei dipinti medievali, l’elemento principale è la luce. I colori durante il Medioevo acquistano potere simbolico, oltre che spirituale e l’oro veniva usato per rappresentare il non reale, in quanto considerato simbolo divino. Oro, gemme e colori dai toni vivaci utilizzati anche senza sfumatura conferiscono quindi al dipinto un potere religioso ed il loro utilizzo rappresenta la sacralità e la presenza stessa di Dio. La scelta dei pigmenti è quindi molto importante e ciascuno possiede il proprio potere spirituale. L’unico colore che nessuno è in grado di riprodurre è quello più ricercato e più desiderato, cioè l’oro. Nella Firenze tardo medievale, sono da ricordare opere emblematiche su tavola lignea, a testimonianza dell’operato di due importanti artisti, che attraverso l’uso della foglia d’oro, hanno illuminato di divino e di armonia tutta la loro produzione. Si citano pertanto quali esempi, la Croce dipinta di Giotto (tempera e fondo ad oro su tavola lignea) databile 1290-1295 circa, e conservata nella navata centrale della basilica di Santa Maria Novella, a Firenze.

Ma anche la Madonna Rucellai, o Madonna dei Laudesi (tempera e fondo ad oro su tavola lignea) commissionata dalla Confraternita dei Laudesi, il 15 aprile del 1285 e realizzata nello stesso anno, ad opera di Duccio di Buoninsegna, conservata alla Galleria degli Uffizi.

Possiamo quindi dire che L’oro non era un colore, o almeno non era considerato come tale. Del resto l’oro non è creato da minerali e pietre oppure da pigmenti di origine vegetale. Esso infatti veniva utilizzato nelle opere d’arte, applicando le sottilissime foglie che gli artigiani specializzati del medioevo detti Battiloro, ricavavano martellando delle monete e riducendole in piccole e sottili lamine ed anche in minuscole pagliuzze, usando per la loro creazione delle monete d’oro da un Ducato. Lo spessore veniva infatti determinato dal numero di foglie, ognuna di circa 8,5 cm² ricavate da una sola moneta.

Per fissare la foglia d’oro alle varie superfici, venivano usate sostanze naturali come l’albume, il miele, l’acqua di gomma arabica filtrata ed i succhi vegetali chiamati “mordenti all’acqua”, cioè sostanze naturali solubili in acqua. Il continuo uso e commercio dell’oro si spiega quindi anche in relazione all’attività degli orafi del ‘300 e del ‘400, della quale ci parla Cennino Cennini, nel suo Libro dell’arte, che illustra tutte le fasi della doratura, oltre alle ricette in uso per ottenere la perfetta adesione alle svariate superfici. Si tratta di tecniche e ricette curiose, che verranno poi minuziosamente riprese dagli artisti rinascimentali per la realizzazione le loro opere. La scomparsa del fondo oro nell’arte, si avrà poi con la scoperta della pittura ad olio, approfondita dal pittore Jan Van Eyck, che diede inizio alla pittura fiamminga, nella quale veniva rappresentato il paesaggio nordico, dove il protagonista diventa l’uomo e non più il divino. L’uso di impasti oleosi tendenti però all’ossidazione e spesso frutto di importanti incompatibilità chimiche, presenterà una nuova strada pittorica (e chimica) da perseguire, con una nuova ricerca coloristica che troverà ampia luce e nuovi interlocutori.

Oro e alchimia


La visione degli alchimisti, era dedicata alla ricerca della pietra filosofale attraverso la trasmutazione dei metalli di base (o metallo vili), in oro.
La pietra filosofale o pietra dei filosofi (in latino Lapis Philosophorum) è, per eccellenza, la sostanza catalizzatrice, simbolo alchemico, che simboleggia un tentativo di arrivare alla perfezione e superare gli ultimi confini dell’esistenza. Convertire tutti i metalli in oro, significa perciò trasformare la materialità in spirito. Gli alchimisti credevano che l’intero universo stesse tendendo verso uno stato di perfezione, e l’oro, per la sua intrinseca natura di incorruttibilità, era considerato la sostanza che più si avvicinava alla perfezione. Era anche logico pensare che riuscendo a svelare il segreto dell’immutabilità dell’oro, si sarebbe ottenuta la chiave per vincere le malattie ed il decadimento organico. Da tale considerazione metafisica e spirituale dell’oro, nacque l’intreccio di tematiche filosofiche chimiche, spirituali ed astrologiche, che furono le importanti caratteristiche dell’alchimia medievale. Mi piace concludere questa trilogia con un brano tratto dal libro di Michel Pastoreau, intitolato “Couleurs, Images, Symboles. Etudes d’histoire et d’anthropologie.” Edito da Léopard d’Or, Paris, 1989, p. 22, che recita:

“Il colore è l’organigramma di ogni vita sociale e mentale;
articola lo spazio e il tempo, coordina le conoscenze e crea al loro interno dei sistemi. Il colore è sempre un’arte della memoria. Ma un’arte della memoria che varia da una società all’altra, che si trasforma nel corso del tempo”.

Antonella Barbagallo

Esperta in Storia e Restauro dei Beni Artistici ed Architettonici

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