Oltre 100 misure cautelari sono state eseguite, due giorni fa, dalle Squadre mobili di Reggio Calabria, Firenze, Milano e Livorno, coordinate dal Servizio centrale operativo (Sco) della Direzione Anticrimine della Polizia di Stato, nei confronti di esponenti della ‘ndrangheta ed hanno coinvolto anche tre portuali livornesi, ritenuti dagli inquirenti, complici a tutti gli effetti dei clan.

Una foto dell’operazione © Questura di Firenze

I gruppi, pur se autonomi, erano collegati tra di loro e operanti in diverse parti del territorio nazionale. Al centro dell’indagine, nell’ambito della quale è stata sequestrata oltre una tonnellata di cocaina importata dal Sudamerica, presunti appartenenti alla cosca Molè, provenienti dalla Piana di Gioia Tauro, attivi anche in Lombardia, Toscana e all’estero. Gli indagati sono accusati di associazione mafiosa, concorso esterno in associazione mafiosa, estorsione, detenzione e porto illegale di armi, autoriciclaggio, associazione per delinquere finalizzata al traffico di sostanze stupefacenti, produzione, traffico e cessione di sostanze stupefacenti, usura, bancarotta fraudolenta, frode fiscale e corruzione. La maxioperazione di martedì 16 novembre rappresenta la sintesi di tre distinte indagini antimafia condotte in Calabria, Lombardia e Toscana e coordinate dalla Direzione nazionale Antimafia. Gli investigatori hanno fatto luce sull’esistenza di un legame mafioso attivo nell’importazione di grossi quantitativi di cocaina dal Sudamerica, nonché nelle estorsioni e nel riciclaggio dei relativi capitali illeciti. Inoltre, l’organizzazione criminale era riuscita ad estendere il suo controllo in diversi settori, dal trasporto conto terzi alla ristorazione, ai servizi di pulizia e facchinaggio. Per tutti valeva una gestione illegale delle attività a dispetto, quindi, di ogni norma a tutela degli interessi dello Stato, dei Cittadini e degli altri imprenditori. Questo è ciò che si evince dall’indagine milanese, che ha messo in luce gli interessi della ‘ndrangheta, non solo per il traffico degli stupefacenti ma anche per il riciclaggio dei proventi in svariate attività commerciali, inoltre emergono le mire espansionistiche dell’organizzazione verso la Svizzera e, in particolare, verso il Cantone San Gallo, divenuto una vera e propria base logistica per alcuni degli indagati. Il filone d’indagine milanese è stato condotto insieme alla guardia di Finanza di Como. L’indagine calabrese invece, prende spunto dallo sviluppo di elementi acquisiti nel corso dell’operazione “Handower” che ad aprile di quest’anno è culminata con l’arresto di 53 persone indagate per associazione mafiosa, traffico e cessione di sostanze stupefacenti. In particolare, nel corso di quest’indagine furono individuati anche i rapporti tra presunti affiliati alla cosca Pesce e quelli della cosca Molè, nonché della collaborazione per la commissione di alcuni reati, di altri gruppi appartenenti alle cosche del versante tirrenico e di quelle della provincia di Vibo Valentia, oltre a delle ramificazioni in Lombardia, nelle provincie di Como e Varese. Le indagini di Reggio Calabria, si sono incrociate con quelle fiorentine, consentendo d’individuare l’arrivo di ingenti carichi di cocaina sia presso il porto di Gioia Tauro, che presso quello di Livorno. Proprio nell’area portuale toscana tra il 6 e l’8 novembre 2019, furono, infatti, individuati e sequestrati complessivamente 430 panetti di cocaina, del peso, ciascuno di 1,1 kili circa, occultati all’interno di una cavità di laminati in legno spediti dal Brasile. Gli elementi raccolti nel corso delle indagini hanno svelato l’esistenza di una associazione internazionale finalizzata al traffico di grossi quantitativi di droga che oltre ad avvalersi delle ramificazioni in diversi Paesi esteri per l’approvvigionamento, si avvaleva anche di affiliati per il successivo recupero della droga, anche in mare e per la lavorazione della stessa. Se a questa indagine della Polizia, aggiungiamo anche la contemporanea operazione “Testa di Medusa”, sempre riguardante il porto labronico, portata a termine dai funzionari dell’Agenzia delle Dogane e così denominata per aver consentito la scoperta ed il sequestro di 907 oggetti falsi, a marchio Gianni Versace provenienti dalla Cina e la conseguente denuncia del titolare della ditta importatrice con sede in Campania, si capisce come le mafie, italiane e non solo, abbiano ormai messo solide radici nel porto livornese, ma estendano i propri tentacoli a tutto il territorio toscano. Il problema adesso, è anche aggravato da quello che alcuni analisti, tra i quali Salvatore Calleri, Presidente della Fondazione Antonino Caponnetto definiscono il prezzo del silenzio, intendendo con questo termine l’inerzia delle istituzioni locali e regionali. Da troppo tempo, infatti, ogni volta che arriva un’inchiesta che pare lasciar intravedere possibili pesanti infiltrazioni mafiose in Toscana, i politici, di ogni ordine, grado e partito negano sempre la realtà, appellandosi al fatto che la nostra regione, ha una comunità coesa che sente forte il valore della legalità, come se questo bastasse per fermare la forza economica delle mafie. Lo stesso concetto è stato, infatti, ribadito anche oggi sulla stampa, da Elena Meini, Presidente della Commissione Regionale d’Inchiesta sulle Infiltrazioni Mafiose, che almeno ha aggiunto, che forse oggi questo sentire comune non basta più. E che dire dell’Osservatorio Antimafia Regionale, che tarda a costituirsi? Insomma le mafie avanzano in Toscana, oltretutto marciando unite in una sorta di pax mafiosa tra le varie organizzazioni, italiane e non mentre la politica dorme.

Luca Monti

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