In questi fin troppo interessanti due anni e mezzo, molti si sono sforzati di trovare un senso a tutto quello che abbiamo subìto e stiamo subendo: dall’iperabusato grande reset, favorito dagli amici di Davos, fino agli alieni, che userebbero il covid per conquistare il mondo passando per i sempreverdi complotti giudaico-massonici, o giudaico-imperialisti. A noi la spiegazione pare più semplice: i primi lockdown avevano e probabilmente hanno ancora, per obiettivo l’industria dei servizi, vale a dire di tutto quel comparto definito “non essenziale” dell’economia, come la ristorazione e l’intrattenimento, passando per il turismo. Il che, in un paese deindustrializzato e in piena recessione quale l’Italia degli ultimi trent’anni, rappresenta probabilmente il chiodo nella bara di un’economia ormai praticamente ridotta ai soli servizi. Eh già, perché molto prima che qualcuno a scopi speculativi gonfiasse mediaticamente gli effetti di un ceppo influenzale, in Italia parole come industria e sviluppo sono diventate sinonimo di un passato da cancellare al più presto in nome del bene comune. O della salute, o della sempiterna lotta al fascismo: perché per quanto il fascismo stesso sia morto nel 1945, l’ideologia ufficiale vigente, lo considera un pericolo insidioso capace di celarsi negli anfratti più reconditi del pensiero. Vuoi l’industria? E’ fascismo. Vuoi la crescita economica? E’ fascismo. .euoi un’Italia capace di approvvigionarsi a modo suo riguardo alle fonti energetiche? E’ fascismo. E poco importa che Enrico Mattei ed Aldo Moro, probabilmente quelli che si sono dati più da fare col petrolio, fossero notoriamente antifascisti. Ma tant’è. Lasciamo da parte le camice nere, vere o presunte che siano e torniamo allo squallore del 2022: i vari lockdown, la vergogna nazistoide del greenpass, il coprifuoco e le zone a colori, hanno avuto l’obiettivo primario di distruggere il comparto economico legato al cosiddetto superfluo. Per sostituirlo con qualcos’altro? Per sostituire, come vorrebbe Calenda, migliaia di piccole imprese con due o tre multinazionali? Può darsi. Confucio, e poi Deng Xiao Ping, molto tempo dopo, sostenevano che la realtà, si giudica dai fatti. E i fatti sono che turismo, ristorazione, intrattenimento, etc. sono per i nostri politici, settori economici da prendere letteralmente a calci. Direte che durante l’ultimo inverno il greenpass, ha evitato il peggio, ma non è così: per quanto buona parte degli italiani ne fosse dotata obtorto collo, infatti, è anche vero che non tutti si sono piegati all’esibizione della tessera di obbedienza, per prendere il caffè al bar, o andare a comprare merci non essenziali. Ergo, a noi sembra una manovra economica ben delineata, volta ad azzoppare il cosiddetto settore terziario dell’economia. Come se non bastasse, a febbraio è arrivata la guerra che invece colpisce il settore industriale e quello energetico, con l’aggravante del contro-embargo che i cinesi stanno imponendo al mondo con la scusa di due positivi trovati a Shanghai. A guerra e influenze gonfiate si aggiungono le emergenze finte o altrettanto gonfiate a cominciare dalla pantomima del surriscaldamento globale, che ha per obiettivo finale quello di farci andare invece che a benzina, con le macchine a pile solo per pochi, dati i prezzi non esattamente popolari. Certo tutto questo, per funzionare, deve andare di pari passo con l’ideologia delle 3 E: “euro-eco-equo” delle rinnovabili e dei viaggi solo se strettamente necessari come presuppongono certi passaggi inquietanti da parte della Commissione Europea e come anticipato da quella specie di zibaldone delle distopie, che sono i libri di Casaleggio, basati sulla filosofia che vorrebbe tutta la vita della gente in rete (il cosiddetto metaverso) e nessuna privacy, in nome del bene comune. Ma al di là del pensiero veteromaoista di fondo, dietro all’ideologia del tutto-in-rete, ci sono aziende, come la Vodafone ansiose di accaparrarsi i lucrosi contratti delle nuove tessere di obbedienza, che fungeranno anche da Durc individuale, perché la sorveglianza stessa, è un business. E il cerchio si chiude.

Noi invece vorremmo svegliarci nel 2019, per scoprire che tutto questo è stato un incubo e non ritrovarci a vivere nella Phnom Penh del 1978, alla quale si riferisce la foto di copertina ed a corredo dell’articolo, sotto il regime di Pol Pot, che tanto piacerebbe al suo emulo, il Super Mario di turno, poter instaurare in Italia.

Giuliano Fresi

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