Prosegue la protesta contro le misure restrittive del Governo, intrapresa dal titolare della pizzeria “Da Tito”, di Via Baracca, che continua a rimanere aperto in orario serale.

Anche ieri sera, si sono presentati, oltre quindici agenti di Polizia, per notificare a “Momi”, soprannome del titolare, l’ennesimo verbale provvedendo, anche a multare i clienti presenti nel locale, alcuni dei quali, hanno rifiutato di firmare la contestazione, da essi ritenuta illegittima. In ogni caso, Momi, si è preso l’impegno di farsi carico, anche degli oneri relativi alle multe dei clienti in termini di impugnazione legale, o di pagamento delle stesse.

Ma Momi che possiamo definire come il capofila dell’iniziativa “Ioapro1501” che, appunto, vede aperti la sera, in tutta Italia circa 2mila ristoranti, malgrado i Dpcm, non deve guardarsi adesso solo dai verbali, ma anche dai suoi colleghi, che, attraverso le associazioni di categoria, inclusa quella dei “Ristoratori Toscani”, di Pasquale Naccari, si sono dissociati dalla sua iniziativa, pur dicendo di condividerne le ragioni. Non vogliamo entrare nel merito delle scelte aziendali di nessuno, nè addentrarci in speculazioni legali che non ci competono ma certo la testarda volontà di Momi, di aprire tutte le sere, il proprio locale sfidando i divieti, deve indurre ad una riflessione. Senza scomodare i sostenitori della teoria che la democrazia nel nostro Paese, sia stata ormai sostituita da una scientocrazia, appare del tutto evidente la dicotomia che si è aperta tra il diritto alla salute inteso come diritto a non ammalarsi che certamente è alla base della vita, e tutti gli altri diritti costituzionalmente garantiti incluso quello al lavoro, rivendicato da Momi, anch’esso funzionale, eccome, alla vita, ed alla dignità piena di quest’ultima. La domanda, a questo punto è: vale la pena, e quanto si può continuare a tenere tutto chiuso, per non ammalarsi, quando comunque moriremo tutti, ciascuno secondo il proprio fato individuale? Insomma la vita va intesa solo come sopravvivenza biologica, ad una malattia, o nel suo senso più ampio, che comprende tutti gli aspetti, incluso il lavoro, che appare oggi come il peggior reato, a giudicare dagli oltre quindici agenti di Polizia, impiegati ieri sera, alla pizzeria “Da Tito”, che paradossalmente erano lì anch’essi per svolgere il loro lavoro peraltro pagato, anche grazie a quello dei ristoratori?

Una situazione del genere, oltre ad essere surreale, nei termini suddetti equivale, nella pratica, al suicidio collettivo economico, sociale, e persino morale, di un Paese, patrocinato da un Governo, che avrebbe, invece il dovere di lavorare per il benessere dello stesso.

Luca Monti

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