Una notizia di questi giorni deve far riflettere sul sistema di tutela dei beni archeologici. A Milano, una signora ha ereditato due pezzi di antichità, nella fattispecie: una preziosa anfora etrusco-corinzia, con decorazione geometrica a fasce sovrapposte e motivo vegetale stilizzato sulla spalla risalente al VII-VI secolo avanti Cristo; ed una “kylix” magno-greca a vernice nera con stampiglie sul fondo, databile tra il IV ed il III secolo avanti Cristo.

Fin qui niente di strano, il problema è che quando la signora immaginiamo in perfetta buona fede, vista la provenienza dei beni da asse ereditario, ha dichiarato il loro possesso alla Soprintendenza della Città metropolitana di Milano, se li è visti sequestrare dai Carabinieri del Nucleo Tutela del Patrimonio Culturale di Monza, su ordine della Procura di Milano, che non ha però ravvisato alcuna violazione in capo alla detentrice, in quanto il loro possesso non è legittimo. Non è in questo caso, messo in discussione il testamento, attraverso il quale i due reperti sono finiti nelle mani della signora, ma il sequestro è stato effettuato, come atto dovuto, in quanto come spiegano i carabinieri in una nota: “La normativa prevede sui beni archeologici nazionali una presunzione di proprietà pubblica con conseguente appartenenza allo Stato. Il privato che intenda rivendicare la legittima proprietà di reperti archeologici è tenuto a fornire la prova che gli siano stati assegnati in premio di ritrovamento, che gli siano stati ceduti dallo Stato o che siano stati acquistati in data anteriore all’entrata in vigore della Legge 20 giugno 1909.” Nessuno contesta qui l’operato dei Carabinieri che hanno agito secondo la legge, ma una riflessione sul caso si pone. Com’è possibile, infatti, nel 2021, continuare a normare il possesso di beni archeologici, sulla base di una legge datata 1909, che impone di dimostrare il possesso di un bene, in data precedente all’emananazione della legge stessa? E’ evidentemente impossibile, per ragioni anagrafiche della popolazione, rispettare tale legge, e riteniamo quindi che tale normativa andrebbe aggiornata. Se poi si vuole mantenere l’impostazione di fondo della legge, che sostanzialmente ritiene lo Stato, come unico legittimo proprietario dei beni archeologici, lo si può fare ma cancellando questa norma peraltro emanata ancora in epoca monarchica, che rappresenta un assurdo, sepcialmente in un caso come quello di Milano, nel quale la signora aveva già dichiarato alle autorità competenti, di essere in possesso dei due reperti, ed era quindi insussistente il pericolo di una loro alienazione, o cessione a terzi. Oltretutto, tale legge, che si era persa evidentemente nei palazzi romani, è stata “riscoperta” ed applicata, da non molti anni ed ha prodotto come risultato, l’azzeramento del mercato archeologico legale, a favore di quello clandestino, con collezionisti spaventati da possibili sanzioni, che si sono sbarazzati, in fretta e furia, dei loro reperti, magari conservati con cura ed in tutta sicurezza, rivendendoli all’estero, in spregio alla ratio stessa della norma che li dovrebbe tutelare e controllare. Riteniamo quindi urgente, intervenire con una riforma legislativa sulla materia, volta a garantire la tracciabilità dei reperti archeologici, ma svincolata dal dover dimostrare una certa data di entrata in possesso degli stessi. Meglio sarebbe, a nostro avviso, istituire una sorta di registro ufficiale di rivenditori autorizzati al commercio di tali beni, che potrebbero abilitare il privato cittadino al possesso degli stessi, con identificazione certa del detentore ed obbligo di tenere i reperti presso la propria residenza o domicilio. In alternativa, qualora si volesse, ripetiamo perseguire le medesime finalità della legge del 1909, lo si può fare, ma scrivendo semplicemente che lo Stato, è l’unico legittimo proprietario dei beni archeologici. Poche parole, semplici e chiare, ma soprattutto scritte oggi, e non oltre un secolo fa.

Luca Monti

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