Questa mattina, alle prime luci dell’alba, a Reggio Calabria, nonché nelle province di: Como, Cosenza, Firenze, Livorno, Milano, Udine e Varese, i Carabinieri del Comando Provinciale di Reggio Calabria, a conclusione di indagini coordinate dalla Procura della Repubblica, Direzione Distrettuale Antimafia di Reggio Calabria, diretta dal Procuratore Giovanni Bombardieri, nell’ambito dell’operazione denominata “Metameria”, hanno dato esecuzione ad un’ordinanza di custodia cautelare, emessa dal Tribunale del capoluogo calabrese, nei confronti di ventotto persone, ritenute responsabili in particolare, di associazione di tipo mafioso, estorsioni, concorso esterno in associazione mafiosa e trasferimento fraudolento di beni e valori aggravato dall’agevolazione mafiosa.

Il provvedimento è l’esito di una complessa attività investigativa avviata dal 2018, dai Carabinieri del Reparto Operativo del Comando Provinciale di Reggio Calabria, che ha consentito di acclarare la radicata ed attuale operatività, di capi e gregari delle principali associazioni per delinquere di tipo mafioso, operanti nel territorio del “mandamento” centro. In particolare, le indagini hanno avuto origine dalle evidenze investigative, emerse all’indomani del passaggio, dal carcere agli arresti domiciliari, del capo ed organizzatore storico della cosca ‘ndranghetista dei Barreca, operante nei quartieri Pellaro e Bocale e nelle aree limitrofe del quadrante sud di Reggio Calabria. Dai domiciliari il capo della cosca forte della fama criminale e della capacità assoggettante derivante dal suo storico ruolo di boss di Pellaro, ribadiva il suo ruolo di vertice della consorteria mafiosa, assumendo di nuovo la responsabilità, ed il coordinamento del gruppo, per la finalizzazione delle attività illecite curando anche i rapporti con gli imprenditori collusi, ordinando atti intimidatori e ritorsioni, in danno di commercianti ed imprenditori inadempienti alle richieste estorsive, occupandosi del mantenimento degli appartenenti alla cosca in stato di detenzione, impartendo ordini e dando indicazioni operative agli altri associati sfruttando la solidale complicità ed il supporto logistico per eludere le prescrizioni connesse alla sua condizione di detenuto domiciliare, pianificando l’esecuzione, le esazioni e la distribuzione dei proventi estorsivi agli altri associati personalmente, o delegando i relativi compiti ai sodali. Nello specifico sono stati censiti rapporti di cointeressenza criminale della ‘ndrangheta di Pellaro, con i rappresentati di vertice di tutte le maggiori cosche della ‘ndrangheta reggina quali i Labate, gli Arcoti Condello e De Stefano oltre a quelli delle articolazioni di ‘ndrangheta di Santa Caterina e dei Ficara – Latella, di Croce Valanidi. Rilevante, nella dinamica dei rapporti endomafiosi, è il profilo di un esponente dei De Stefano, che faceva valere il proprio ruolo di capo dell’articolazione di ndrangheta, territorialmente riferibile alla zona di Archi, ma era soprattutto l’apice di una struttura di livello più elevato rispetto alle altre, per la sua capacità d’intervento per “aggiustare” le estorsioni e per mediare tra i rappresentanti della cosca Barreca e le persone offese, per la determinazione di importi, tempi e modalità di versamento delle somme di denaro. È in tale contesto che il narrato del collaboratore Maurizio De Carlo, si inserisce a confermare le evidenze delle indagini che sono proseguite, a seguito di ulteriore delega emessa dalla Direzione Distrettuale Antimafia reggina, e sono consistite prevalentemente, nel fornire riscontro alle dichiarazioni rese dagli altri collaboratori di giustizia Mario Gennaro, Vincenzo Cristiano e Roberto Lucibello, a cui si sono aggiunte quelle dei collaboratori: Mario Chindemi, Fabio e Francesco Berna, Giuseppe Stefano, Tito Liuzzo e Roberto Moio. Le investigazioni, originate dal suddetto quadro dichiarativo ed espletate mediante attività tecnica di intercettazione telefonica ed ambientale hanno avuto ad oggetto l’accertamento dell’attuale assetto organizzativo e la perdurante operatività della potente ‘ndrina di Archi, la cosca Condello. Più nello specifico, sono stati svolti mirati ed approfonditi accertamenti su alcuni dei settori economici cui la suddetta organizzazione criminale rivolge i propri interessi, garantiti anche dall’operato di taluni imprenditori, i quali hanno fornito un concreto ed essenziale contributo, al rafforzamento ed accrescimento economico della cosca. L’attento monitoraggio investigativo ha consentito peraltro di acquisire gravi indizi di colpevolezza comprovanti il reato di trasferimento fraudolento di valori, realizzato attraverso la fittizia intestazione di alcune aziende e/o rami d’azienda, governate in maniera occulta dalla cosca Condello. In particolare, sono emersi il coinvolgimento di un imprenditore, operante nel settore turistico alberghiero nel Comune di Scalea e nelle zone limitrofe e la vicenda che riguarda l’alienazione del parco automezzi della Leonia S.p.A. in liquidazione condizionata dagli interessi mafiosi della cosca. L’indagine nel suo complesso, ha consentito di porre sotto sequestro otto imprese operanti nei settori dell’edilizia e degli impianti elettrici, officine meccaniche per autoveicoli e mezzi pesanti, pulizie, autospurgo, gestioni lidi e strutture ricettive, i cui beni strumentali hanno un valore complessivo di circa 6 milioni di Euro. Dei ventotto arrestati, venticinque sono stati destinatari della misura cautelare in carcere, ed i restanti tre, presso i rispettivi domicili, a disposizione dell’Autorità Giudiziaria.

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