Lo scrittore triestino Nereo Zeper, ha annunciato in questi giorni, di aver terminato quella che potremmo definire la sua opera più importante, che non a caso ha richiesto oltre venticinque anni di lavoro, ed arriva giusto in tempo per le celebrazioni dantesche di questo 2021. Si tratta, infatti, di un’interessante edizione, in dialetto triestino, della Divina Commedia, con testo a fronte in volgare, che era la lingua originale utilizzata da Dante. Già il porre i due testi a fronte ci piace, perchè denota la profonda cultura classica di Zeper, che tratta con questo accorgimento “tecnico” letterario, il capolavoro dantesco come una versione di latino o greco, per il liceo valorizzando il testo originale, rendendolo allo stesso tempo comprensibile attraverso la stimolazione della curiosità del lettore. Purtroppo, come ha detto lo stesso Zeper, adesso che la sua edizione triestina della Divina Commedia, è terminata, si trova davanti allo scarso interesse istituzionale verso tale opera. Sinceramente la cosa non ci sorprende, vista passateci il termine forte, la vera e propria orgia, di celebrazioni dantesche messe in programma per questo 2021, spesso senza alcun vero significato che non sia celebrativo, non ahinoi del “divin poeta”, ma del “personaggio in cerca d’autore” di turno, che parla di Dante, senza averlo capito o con interpretazioni di comodo, che pretendono di adattare la Divina Commedia ai giorni nostri, affibbiando al suo autore, idee politiche che come si dice a Firenze “Non erano nemmeno nel fagiolino”, nell’epoca in cui redasse il suo capolavoro. Proprio a causa di questo profluvio di celebrazioni, un’opera di alto valore culturale e didattico, come la Divina Commedia in dialetto triestino, di Nereo Zeper, non poteva non passare inosservata alle istituzioni, perchè non porta in frutto grandi discorsi o tagli di nastri inaugurali da parte di qualche politico.

Ma noi che da fiorentini, non studiamo Dante, ma ci identifichiamo in lui che è cosa ben diversa, non potevamo non occuparci di Nereo Zeper, e della sua traduzione in idioma triestino della Divina Commedia, della quale riportiamo un passo dell’introduzione, che spiega come l’Alighieri, abbia comunque vissuto un periodo a Trieste, presso i signori di Duino, e quindi tale traduzione, abbia anche un senso storico, a testimonianza proprio di quel passaggio fugace dell’esule fiorentino in terra triestina. Ecco il passo introduttivo, nel quale Nereo Zeper, con un artifizio letterario degno di uno stilnovista, attribuisce a Dante l’uso del triestino come lingua originale della Divina Commedia: “Dante Alighieri iera de Firenze e ‘l parlava in fiorentin ma durante l’esilio el iera sta’ un bon toco ospite dei Signori de Duin, e là el gaveva ‘vu ocasion de impararse el triestin; e lo gaveva imparà tanto ben, ma tanto ben ch’el se gaveva fina messo a scriver in poisia in triestin: che difati, come che tuti sa, in triestin, po, el ga scrito la Divina Comedia. Su ‘stà Divina Comedia tanto se ga parlà e tanti xe stai nei secoli i comenti, ma solo adesso un – un sclebez qualunque – se ga insognà de farghene una traduzion in toscan, sostignindo che, se Dante gavessi scritto la Divina Comedia in toscan (visto che de sicuro el iera bon di scriver anche in toscan), la gaveria scrita proprio cussì”.

Luca Monti

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