Maria Lai, famosa artista sarda esponente dell’arte povera informale nata nel 1919 e scomparsa nel 2013, aveva istituito, nel 2004 insieme al Comune di Ulassai (NU) dove era nata, il Museo Stazione dell’Arte, all’interno della vecchia stazione ferroviaria di Jerzu, e finanziato dal Comune, con complessivi 2,4 milioni di euro, e dalla Regione Sardegna, con 560mila euro, che espone cinquanta tra le opere più significative dell’artista donate quando era ancora in vita, per suggellare il forte legame con la sua terra d’origine.

Adesso tutti questi rilevanti investimenti pubblici rischiano di essere vanificati dalla sentenza del Tribunale Civile di Cagliari, che ha dichiarato Maria Sofia Pisu, nipote dell’artista, unica erede esclusiva dei diritti di autore su tutte le opere, inibendone di fatto il possesso al Museo, anche se Maria Lai, le aveva donate allo stesso quando era ancora in vita. Ma non sono solo gli investimenti pubblici ad essere vanificati, ma anche il tessuto culturale che Ulassai aveva costruito intorno al Museo rischia di collassare, con gravi danni per tutti i Cittadini.

Maria Lai, infatti, anche se non molto conosciuta purtroppo, in Italia, è una grande della storia dell’arte, avendo letteralmente anticipato il bulgaro Christo, divenuto famoso con le sue fasciature ai monumenti quando, già nel 1981, legò insieme agli abitanti tutte le porte, le vie e le case di Ulassai, con circa 27 km di nastri di stoffa celeste. L’operazione materiale durò tre giorni: nel primo vennero tagliate le stoffe, il secondo vennero distribuite ed il terzo vennero legate, coinvolgendo donne, bambini, pastori, anziani. Da notare che l’opera suscitò discussioni accanite vista la rivalità presente tra alcune famiglie del paese, che però vennero vinte, dopo un anno e mezzo dalla volontà e dalla pervicacia di Maria Lai e del Sindaco dell’epoca, Antioco Podda, che credette in lei. La leggenda dal quale partì tutto si chiama “Sa Rutta de is’antigus”, cioè “La grotta degli antichi” e affonda le origini in un fatto realmente accaduto nel paese. Nel 1861 infatti, si staccò un costone della montagna che travolse un’abitazione della parte più alta del paese. In quell’occasione morirono tre bambine e una di loro riuscì a salvarsi proprio con un nastro celeste in mano. I popolani videro in questo fatto un miracolo divino e ne conservarono il ricordo, tramandandone di generazione in generazione una versione in parte veritiera ed in parte fiorita di pittoresche sfumature di fantasia. L’opera di Maria Lai, in questione, venne intitolata: “Legarsi alla montagna”. Speriamo che ora questo legame con la montagna non si spezzi, a causa di questa sentenza che lascia un pò l’amaro in bocca.

Luca Monti

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