Distanze Obliterate. Generazioni di poesie sulla rete è un’antologia poetica, dedicata all’analisi del rapporto fra Poesia e Rete e nata per celebrare il primo anno di attività del progetto editoriale “Alma Poesia” concretizzatosi nell’omonimo blog, nato il 4 aprile 2020.

Alma Poesia è stata fondata ed è diretta da Alessandra Corbetta Adjunct Professor e Teaching Assistant, presso l’università LIUC, Carlo Cattaneo di Milano.

Il blog si avvale della collaborazione di persone provenienti da percorsi di studio e professionali diversi e si occupa di valorizzazione della poesia italiana e internazionale. Lo staff di Alma Poesia, si occupa della recensione di opere edite e della valutazione di opere inedite che possono essere pubblicate on line. Troviamo interviste a poeti emergenti e approfondimenti tematici su autori che hanno fatto la storia della poesia. Uno spazio importante, è riservato inoltre al rapporto della poesia con le altre arti, tramite le sezioni Alma Voce, in collaborazione con il progetto Social Poadcasting, ed Alma Sguardo, riservato alle videopoesie degli autori selezionati. Le “Distanze Obliterate” nascono da una domanda fondamentale: qual’è lo spazio della poesia ai tempi della Rete? Secondo il filosofo Luciano Floridi, la nostra è l’epoca dell’On Life. Le tecnologie dell’informazione e della comunicazione ci stanno spingendo verso una fusione progressiva tra il tempo on e quello off line, tanto che è sempre più difficile distinguere i due piani. Il linguaggio della poesia, come afferma Emanuele Andrea Spano nell’introduzione a una delle sezioni, ha più di ogni altro linguaggio letterario, a che fare con la lentezza, inattuale al tempo della Rete, caratterizzato dal linguaggio binario, dalla velocità e dalla “mobilitazione totale”, come afferma il filosofo Maurizio Ferraris, che riduce fortemente la capacità di attenzione. Eppure, paradossalmente, al tempo della rete sono fiorite nuove forme di poesia, dalla Insta Poetry, alla Poesia di Strada, rilanciata sui social da collettivi come il “Movimento per l’Emancipazione della Poesia”. Distanze Obliterate si compone di due parti: una di omaggi di poeti affermati ed una composta dai lavori dei poeti selezionati per la call. La pubblicazione indaga su come i poeti di diverse generazioni, percepiscano in maniera differente l’arte del verso al tempo della rivoluzione digitale. Il titolo nasce dal verso di una delle autrici selezionate, Giovanna Rosadini. Distanze, quelle che la Rete doveva accorciare ed eliminare, e che invece sembra aver acuito e rafforzato in un mondo sempre più scollegato dalla realtà materiale. Un mondo dove, come affermava qualche anno fa la psicologa Sherry Turkle, siamo insieme ma sempre più soli, e spesso per inseguire relazioni virtuali, ci sfugge quello che succede accanto a noi. Nella prefazione all’intero volume, Lelio Demichelis, ricorda la profezia dei filosofi della scuola di Francoforte: le tecnologie della comunicazione avrebbero generato una società automatizzata, nella quale l’educazione consiste nell’imparare i meccanismi automatici che la regolano. Ed anche la Rete, con tutte le sue opportunità, non si è rivelata quello strumento di liberazione che sembrava, anzi ha favorito la nascita della società dell’algoritmo, sino a sfociare potenzialmente in quello che è stato definito transumanesimo, vale a dire l’ibridazione tra uomo e macchina. Distanze, parola divenuta familiare nel 2020 e nel 2021, anni nei quali, l’antologia è stata pensata e pubblicata, gli anni del lockdown e del “distanziamento sociale”, elevato a modello, provvedimenti ed esperienze che sarebbero stati impossibili senza la rete. Obliterate, forse nel senso di analizzate e rielaborate. Il volume si apre con i contributi della fascia di poeti nati dal 1940 al 1969, i più numerosi. Una generazione cresciuta interamente offline, che sembra vivere pesantemente l’assenza di contatto e lo scollegamento dal reale. I contributi sono lunghi e con verso libero, alcuni simulano in maniera critica il linguaggio freddo e binario dell’informatica, altri indulgono alla nostalgia. Forte è il senso della vanitas del linguaggio informatico. La Rete, viene percepita come una realtà, nella quale si riportano in forma virtuale azioni compiute nel mondo fisico, non c’è ancora percezione della fusione tra reale e virtuale, con qualche apertura nei poeti della generazione degli anni sessanta. Riportiamo alcuni versi che ci appaiono significativi di questa prima generazione di poeti.

Nella rete dove succede tutto/va a finire che non succede niente/più grande è il rumore e più presto si spenge (Guido Turco, 1959)

Ho indugiato nella rete/culla amniotica/ di un rinascimento tardivo/sono inciampata nel suo strascico (Beatrice Mezzone 1964).

Con i lavori delle generazioni intermedie, quelle dei migranti digitali, l’uso della parola rete decresce progressivamente. Se nella parte più anziana prevalgono metafore della rete come portatrice di dissoluzione dell’umano (avvolge, spreme, ingoia) nei poeti nati tra la fine degli anni Settanta e gli ottanta cresce la percezione della rete come spazio sociale quotidiano. Non un universo altro, ma qualcosa nel quale si è immersi. Senza che sia ancora svanita del tutto la nostalgia per un passato totalmente offline, ancora vivo nella memoria di queste generazioni. Ecco alcuni versi di questa seconda fase poetica.

Ah, il reflusso dei giganti/si versa sulle spalle/macchiando schiene/piegate dai monitor (Veruska Costenaro, 1974)

Ti parlo della zona rossa/ho consumato i giga in youporn e oroscopi/l’alba entra ogni giorno un po’ prima (Pietro Russo 1986).

Con la generazione dei nativi digitali (1990-1999), siamo completamente immersi nell’universo on life, del quale parlava, appunto Floridi. Crescono le differenze individuali e nello stesso tempo il linguaggio essenziale e scarno delle mail e delle chat, assume frequentemente valenza creativa e poetica. Una poesia che, come abbiamo accennato, per queste generazioni spesso germina in rete tramite l’insta poetry, per poi magari approdare nel mondo dell’editoria tradizionale e della quale riportiamo un verso, particolarmente esplicativo della stessa.

I loro occhi posati sull’avverbio/on line/fino a schiudersi al reale/lasciando quella conca verde abete/sfinitamente vuota (Alice Bertolasi, 1995).

Distanze Obliterate“, non è, quindi solo un’antologia poetica, ma costituisce anche un punto di partenza per chi volesse studiare l’impatto del mediashock e della rivoluzione digitale sul linguaggio poetico. Di certo vi è che, mutando le proprie forme, sia dal punto di vista stilistico ed espressivo che da quello della comunicazione all’esterno, il linguaggio poetico, come è riuscito a sopravvivere alle tragedie del novecento, “Distanze Obliterate“, non è, quindi solo un’antologia poetica, ma costituisce anche un punto di partenza per chi volesse studiare l’impatto del mediashock e della rivoluzione digitale sul linguaggio poetico. Di certo vi è che, mutando le proprie forme, sia dal punto di vista stilistico ed espressivo, che da quello della comunicazione all’esterno, il linguaggio poetico, come è riuscito a sopravvivere alle tragedie del novecento, è riuscito a fare la stessa cosa, forse perché esigenza insopprimibile dell’uomo, anche nei confronti della rivoluzione digitale.

Andrea Macciò

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